Bonifiche in Lombardia: il confine del lotto non coincide più con il rischio

Bonifiche in Lombardia: il confine del lotto non coincide più con il rischio

Un sito industriale, visto dalla recinzione, dà un’impressione rassicurante: cancelli, muretti, un piazzale, qualche tombino, magari un reparto dismesso. Tutto lascia pensare che il problema, se c’è, resti lì dentro. È una lettura comoda. E spesso sbagliata. Il confine del lotto è una linea amministrativa; suolo, falda e acqua potabile rispondono a un’altra geografia.

Il punto cieco sta qui. La bonifica continua a essere raccontata come sequenza di atti, pareri e chiusure di procedimento. Ma il lavoro vero parte prima: capire quale matrice si muove, quale resta ferma solo in apparenza e quale può portare la contaminazione fuori scena. Con sostanze persistenti come i PFAS, la lettura del sito cambia scala: dal piazzale al sottosuolo, dal sottosuolo alla rete, dal lotto al territorio.

Il suolo: la matrice che illude di più

Il suolo è quasi sempre il primo indizio. È visibile, si campiona con una logica che il committente capisce, si traduce in mappe, carotaggi, zone calde, volumi da scavare. Regione Lombardia lo ricorda con una scansione molto precisa: il procedimento parte dal superamento delle CSC, impone misure di prevenzione o messa in sicurezza e poi passa al piano di caratterizzazione su suolo, sottosuolo e acque sotterranee. Fin qui, tutto lineare. O quasi.

È qui che molti si fermano troppo presto. Perché il suolo, da solo, dà l’illusione di un problema confinabile. Si individua una sorgente, si delimita un’area, si ragiona in metri quadri. Il cantiere sembra avere un centro. Chi frequenta davvero i piazzali industriali lo vede subito: una macchia a terra fa meno paura di una vecchia linea di drenaggio che nessuno ha più in planimetria. Il terreno racconta dove la contaminazione è passata. Non sempre dove andrà.

C’è poi una distinzione tecnica che in molti documenti viene letta di corsa. Il superamento delle CSC fa scattare la procedura, ma per ISPRA il sito contaminato è quello in cui risultano superate le concentrazioni soglia di rischio, quindi dopo caratterizzazione e analisi specifica. Non è cavillo. Vuol dire che tra il primo allarme e il giudizio finale si apre uno spazio in cui le matrici si parlano. E se nel frattempo l’acqua sotterranea si muove, il perimetro iniziale può già essere vecchio.

La falda: dove il lotto perde autorità

La falda non è un allegato del problema. È spesso la matrice che cambia tutto. In molte aree lombarde – industriali, miste, periurbane – quello che in superficie appare separato, sotto terra comunica. Un capannone, un piazzale, una strada comunale, un’altra proprietà: la carta catastale li divide, l’acqua no. E quando la contaminazione entra in falda, il sito smette di essere una faccenda soltanto locale. Diventa un nodo idrogeologico.

Con i PFAS la questione si fa più scomoda, perché si parla di sostanze persistenti e, in più casi, molto mobili in ambiente acquoso. ARPA Lombardia, nel Rapporto monitoraggio PFAS 2024, segnala presenze in tracce di diverse sostanze e superamenti solo in casi specifici. Due dati letti male possono generare due errori opposti: allarmismo da un lato, minimizzazione dall’altro. Le tracce non sono una condanna automatica. Però dicono che la matrice acqua va letta come vettore, non come dettaglio.

La falda, oltretutto, ha poca pazienza per i tempi del cantiere. Un piezometro posato bene racconta una storia, uno messo male ne racconta un’altra e rassicura più del dovuto. Basta una stagione piovosa per cambiare la lettura di un plume, basta un recapito secondario per spostare la traiettoria. E allora la domanda diventa meno comoda: il problema è sotto il lotto o sta già passando oltre?

Il rubinetto: l’endpoint che cambia la scala del caso

Quando la stessa famiglia di contaminanti entra nel discorso sull’acqua potabile, il cambio di scala è netto. La Direttiva UE 2020/2184 fissa per le acque destinate al consumo umano il limite di 100 ng/L per la somma di alcuni PFAS. Non è più soltanto una questione di gestione del sito. Entra in scena un’altra logica: quella del servizio idrico, del trattamento, del punto di consegna, del controllo al rubinetto.

Qui il confronto tra fonti è istruttivo. Da una parte ARPA fotografa il monitoraggio ambientale lombardo con presenza in tracce diffusa e superamenti circoscritti. Dall’altra Greenpeace Italia segnala quattro casi di superamento in comuni lombardi nelle acque potabili analizzate. Non c’è una contraddizione automatica. Ci sono due lenti diverse. La prima osserva il territorio e le matrici ambientali; la seconda misura ciò che arriva all’utente finale. E il rubinetto, va detto, non indica da solo chi è il responsabile di una sorgente. Però manda un messaggio brutale: il problema non è rimasto dove pensavamo.

È anche per questo che la lettura dei PFAS sposta il baricentro della bonifica. Se un contaminante ha capacità di persistere e di seguire l’acqua, il sito non si legge più soltanto per sorgenti e volumi di scavo. Si legge per connessioni. Tra reparto e fognatura, tra piazzale e sottosuolo, tra falda e captazione. Il rubinetto non è la prova regina contro un singolo lotto. È il punto in cui il caso cambia lingua.

Dal punto al territorio

Nel lessico del settore, la formula di chi afferma siamo specializzati nella bonifica ambientale di terreni e strutture appare corta quando la mappa passa dal lotto al territorio: il terreno può essere scavato, la falda va seguita, l’acqua destinata al consumo umano risponde a soglie e controlli ancora diversi. La bonifica resta un lavoro materiale, certo. Ma il materiale non è soltanto quello che si vede con la benna.

Contaminazione puntuale e contaminazione diffusa non sono la stessa cosa, e confonderle fa danni. La prima ha in genere una sorgente riconoscibile, una distribuzione più leggibile, una catena di responsabilità che, pur litigiosa, può essere ricostruita. La seconda ha un respiro territoriale, contributi multipli, tempi lunghi, fondi storici e stratificazioni che rendono più difficile separare il prima dal dopo. I PFAS stanno nel mezzo in modo scomodo: possono nascere come evento puntuale e comportarsi, una volta entrati nella matrice acqua, come un problema che assomiglia sempre meno a un recinto industriale.

Per questo la domanda giusta non è quando parte una bonifica, ma fin dove arriva davvero la contaminazione che l’ha fatta partire. Se il suolo dice una cosa, la falda ne suggerisce un’altra e il rubinetto ne impone una terza, il caso non è cambiato di nome: è cambiata la sua dimensione. In Lombardia questa è già una lettura concreta del sottosuolo, senza toni da emergenza e senza illusioni da planimetria. Il lotto resta sulla carta. Le matrici, no.